All’interno dell’Operazione Patronus – racconti dal basso  e della rubrica sulla storia, dopo la pagina sulle Piene Tiberine, un capitolo dedicato ai tuffi tiberini. Dall’origine mitologica ai giorni nostri: sacrificio e iniziazione, tra riti dedicati alla dea Madre  e slanci di capodanno. Dietro un tuffo cosa si nasconde?

Da sacrificio a iniziazione

(testo di R.K.Salinari  tratto dall’articolo del Manifesto)

L’origine mitologica del tuffo nel Tevere la descrive Ovidio: nei tempi arcaici, Giove Fatidico prescriveva ai nativi laziali di gettare ogni anno nel Tevere una vittima umana per ogni gens, in onore di Saturno , il «vecchio falcifero».
A questo «tuffo capitale» pose fine Ercole, che sostituì i corpi umani con dei manichini. Il rituale proseguì poi nei secoli durante le feste dei Lemuria in maggio: dal ponte Sublicio le Vestali lanciavano i fantocci in giunco rappresentanti gli Argei, i nobili che in passato erano giunti nella penisola italica al seguito di Ercole.
Il tuffo sacrificale è però al tempo stesso iniziazione. Il mare, o l’acqua, infatti rappresentano, oltre al principio creatore, uno degli accessi alla morte, al «totalmente altro». Una via che portava agli inferi e che vede gli eroi capaci di ritornare rigenerati dalla «discesa all’ade e resurrezione». Ed è  sempre nelle acque che si sommergono i residui di uno stato di perdizione e si rigenera l’essere per riaffiorare in caelestibus, come nel battesimo cristiano o nella sommersione mazdea nelle piscine di Persepoli.

Il tuffo di Saffo raffigurato nello stucco della basilica sotterranea scoperta a Roma nel 1917

Il tuffo è simbolo di rinnovamento,  come nel racconto di Saffo che, per un amore non corrisposto, si uccide lanciandosi in mare. Il dramma di una morte volontaria si trasfigura però in un rito di trasformazione: “nessuna agitazione nel suo atteggiamento; Saffo è l’esempio classico di una rigenerazione sacramentale e morale che trasforma gli iniziati». Come Saffo anche  Britomarte, che  sfuggì Minosse gettandosi in mare e trasformandosi in dea,  e Ino, resa folle da Giunone, che dopo aver ucciso il proprio figlioletto si lanciò in mare e divenne una divinità marina.

Il «salto di Saffo» viene inserito tra i riti costituitivi di una setta di baptae legati all’antica dea Cotyto, originaria della Tracia, che poi si sarebbe insediata a Roma lungo il Tevere, nei ritrovi dei viaggiatori fluviali. In origine, Cotyto, Kotys era uno dei tanti nomi della Dea Madre: la forza rigeneratrice della natura. I Baptai, sacerdoti della dea, mantennero del rito la parte che riguardava l’acqua, principio di vita, adoperata, come dice il nome, per abluzione o per bagno. Col tempo, la ritualità  concentrò la portata del culto originario alla dimensione sessuale. Nella città di Corinto il rito si sarebbe celebrato in uno dei tanti ridotti lungo le rive del mare, celebri nell’antichità per i piaceri che fornivano agli avventori. Di questi, la parte maggiore erano naviganti.
Trapiantato in Roma, tale culto pare si sia celebrato lungo il Tevere in vicinanza dei ponti, dove Kotys divenne la «dea dell’impudenza» . Questo è infatti il titolo di Cotitto sulle rive tiberine, i cui sacerdoti praticavano ancora il tuffo rituale, alla ricerca del ricongiungimento con l’«Amante Invisibile», cioè il principio femminile creatore.

tuffatore di Pompei

Virgilio, nel Catalepton XIII, parla dei «riti di Cotitto presso il biondo Tevere, quando le barche approdano e sono trattenute dal sordido fango, mentre stanno alla fonda nell’acqua bassa.”
Nel cammino compiuto immancabilmente da ogni celebrazione, il rito assume forme via via sempre più secolarizzate. Spesso queste appaiono talmente lontane dall’ispirazione originaria da essere pressoché irriconoscibili ma, e qui è l’arcano, pur sempre vitali e capaci di richiamare, in qualche modo, la stessa sostanza. L’augurio sacrificale resta immutato: il tuffo come nuovo inizio.

La relazione tra il fiume e le Cotytie celebrate in Roma è dunque nelle cose, ed anche se nessuno scrittore c’informa del modo particolare in cui si compiva la funzione del bagno in quei culti, possiamo pensare che in origine ci sarà stato un vero e proprio tuffo nell’acqua, e in seguito forse una semplice lustrazione che il sacerdote ordinava a coloro che alla celebrazione del rito prendevano parte. Qui ritroviamo il fascino che indubbiamente emana ancora il salto nel Tevere, con l’ostentazione del corpo e il coté lustrale ed augurale, di purificazione.

(Ennio Cornacchia si tuffa da ponte Garibaldi durante la festa de’noantri, nel  1929. Album Gammella)

Se alla luce di questi antecedenti leggendario-mitologici «attualizziamo» il nostro sguardo verso il tuffo dal ponte del primo dell’anno, il gesto del tuffatore ci appare come l’auspicio di chi vuole caricare su di sé ogni impurità per dissolverla così nella morte acquatica e successiva resurrezione battesimale, permettendo col suo «sacrificio» il sorgere di un nuovo ciclo, essenza originaria di quella simbolica rinascita che per noi tutti è il Capodanno.

Il tuffo di capodanno

(testo tratto da Romasparita)

La tradizione del tuffo di capodanno  fu inaugurata nel 1946 da Rick De Sonay  un italo belga giunto a Roma nel 1945. Al colpo del cannone del Gianicolo si lanciava in costume e cilindro, per festeggiare in modo beneaugurante il suo compleanno, che cadeva proprio il primo di gennaio. Un salto a volo d’angelo dritto nelle acque gelide e vorticose del Tevere, subito dopo lo sparo di mezzogiorno del cannone del Gianicolo. Pochi secondi col fiato sospeso e poi via al lungo e fragoroso applauso.
Il trampolino era la balaustra marmorea di ponte Cavour, di un’altezza complessiva di 18 metri. Tutte le volte, riaffiorato incolume dall’acqua, rassicurava gli astanti con il caratteristico gesto della mano. Ok, è andato tutto bene.

Nel 1960, anno dei mondiali di Atene, l’Istituto Luce immortala il tuffo di Fernando Pignatelli. Mister Ok divenne così popolare da finire al cinema. Nel 1968 nel film di Dino Risi “Straziami, ma di baci saziami” (al minuti 56) De Sonay salvava Nino Manfredi suicida nel Tevere.

L’anno in cui era iniziato quel divertente rituale il “biondo” Tevere era meravigliosamente pulito. C’erano dei barconi ormeggiati lungo gli argini che fungevano da stabilimenti balneari con tanto di cabine, sedie a sdraio e baretti che vendevano bibite e gelati.

I ragazzi andavano lì a prendere il sole, a fare il bagno e a rimorchiare le ragazze. Le più spregiudicate, indossavano già i primi costumi da bagno bikini, inventati proprio in quel 1946 dal sarto francese Louis Réard.

L’ultimo tuffo nel Tevere di De Sonay fu negli anni ottanta. Altri dopo di lui hanno emulato lo spericolato salto, ma è il bagnino di Castel Fusano Maurizio Palmulli, classe 1952, il vero epigono, il nuovo Mister Ok.

«Ho sempre amato tuffarmi e da bambino lo facevo dal pontile di Ostia, anche per convincere qualche turista di passaggio a lasciarmi una mancia.»
Lo conobbe sul pontile di Ostia. Quando seppe della malattia del suo idolo, giurò a se stesso che avrebbe proseguito l’usanza fino a che la salute gliel’avrebbe permesso.

«Decisi di andare a fare un sopralluogo per vedere se mi sarebbe stato possibile prendere il suo posto. Ricordo che mi recai di sera, con mia moglie. Quando arrivammo su ponte Cavour lei mi disse: “Ma davvero vuoi buttarti da qui?”. Era buio, faceva freddo. “Non ci penso nemmeno” – le risposi, e andammo via. Ma l’indomani tornai. Di giorno era bellissimo e molto meno impressionante. Pensai: “Ma sì, si può fare”» Maurizio Palmulli
Come il suo predecessore anche Palmulli finì al cinema, questa volta alla corte di Paolo Sorrentino ne “La grande bellezza”.”

Custos Tiberim

Testi  e immagini  di Caterina Taglienti (Instagram @catetak;  Facebook)

Sapevo da sempre di Mr Ok, l’avevo visto alla Tv, nei giornali, nella Grande Bellezza. Poi qualche anno fa, a capodanno, sono andata a vedere. Un eroe per un quarto d’ora ogni anno, uno che si vede che lo fa con il cuore, per mantenere l’attenzione sul fiume e sulle tradizioni. L’ho cercato, gli ho scritto. Gentilissimo, abbiamo chiacchierato un po’ al telefono, immediatamente si è reso disponibile. Ci siamo incontrati dopo qualche giorno, con lui un’amica che ha filmato il nostro incontro. Siamo scesi sotto il ponte da cui ogni anno si butta. Una volta si è fatto male perché il fiume era basso e lui si è scomposto nel momento dell’impatto.

Maurizio mi ha raccontato di come da ragazzino nel fiume ci facesse il bagno e abbia continuato sempre, sino a raccogliere il testimone dal primo Mr Ok oramai troppo vecchio. Siamo stati insieme al barcone della Romana nuoto ed abbiamo incontrato il suo amico Giulio. Tra battelli che fanno le visite sul fiume e qualche altra iniziativa cercano di ridare lustro al fiume, di farlo tornare vivo e abitato dai romani e dai turisti.

Nei vari incontri successivi ho avuto modo di vedere come la gente lo riconosca e lo saluti con affetto. È un emblema, sa di esserlo e ne sente la responsabilità. Non trae grandi vantaggi personali dal tuffo, cerca di sfruttare la sua popolarità per “sistemare” le cose che non vanno: il fiume troppo inquinato, la situazione dei bagnini ad Ostia. Corre per tenersi in forma, ogni tanto qualche “salto” al Kursaal dove ha cominciato a fare il bagnino quando era ragazzo. Passa le estati sulle spiagge vicino Roma, con un occhio sempre sui ragazzi che fanno surf quando il mare è più arrabbiato.

Ogni volta che ci siamo visti mi ha raccontato un pezzetto di vita: ha fatto mille lavori, bagnino, camionista, stuntman nel cinema, ha viaggiato e vissuto mille esperienze. E tutto quello che ha fatto lo portava verso il fiume, quasi un destino. Stava per lasciare qualche anno fa poi ci ha ripensato: quest’anno sarà è stato il trentatreesimo tuffo, tradizione rispettata nonostante il Covid.

 

Extra

Romani e Tevere

> Fin dalle origini della città, il dialogo appassionato con il fiume ha offerto ai romani un multiforme teatro di commerci e svaghi, ozi e professioni. Il lento macinare dei mulini, il continuo viavai delle merci, gli schiamazzi dei bagnanti, lo scorrere operoso dei battelli, animavano lo specchio tiberino da mattina a sera, suggellando la relazione tra pietra e acqua, vicoli e ripe, uomini e riflessi. segue...

Tuffi d’autore

Le memorie fotografiche ci raccontano che nel 1906 il fiume, a Testaccio, fu protagonista di una gara di tuffi in vista dei mondiali di Atene.  Sullo sfondo, la sponda di Marconi con il profilo della fabbrica della Miralanza. Dello stesso anno, al nuovo Stadio Olimpico, il meeting ripreso dall’Istituto Luce.

Gara di tuffi a Testaccio, 1906

Oltre un secolo dopo, è il turno di Alessandro De Rose  e Rhiannan Iffland, che si tuffano dal ponte dell’Angelo in attesa della gara RedBull in Puglia, a Polignano a Mare.

 

I due eventi, distanti come non mai nel tempo e nei contorni sociali, sono però di ispirazione per  immaginare un nuovo appuntamento nella capitale, prendendo come spunto quello organizzato a Bilbao sul fiume Nervion, nel 2015.

gara di tuffi a Bilbao, 2015

Big Jump

> Un tuffo liberatorio nelle braccia del Tevere, per recuperare la connessione con gli ecosistemi fluviali, fonte preziosa di acqua potabile e biodiversità, alleati indispensabili contro i cambiamenti climatici. segue...

 

Per approfondire

(BigJump nella riserva di Nazzano Tevere Farfa, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

Qua la zampa

>Le Terre della Regina invocano la partecipazione di tutti noi. Condividete le vostre visioni, seguiteci nelle giornate in calendario, aiutateci a portare avanti i progetti di recupero e diffusione della futura Regina Ciclovia Fluviale, il percorso verde lungo il Tevere.

Per rimanere aggiornati, partecipare, proporre….. iscrivetevi ai social o date una occhiata alle ReginaNews con tutte le imprese feline. Non lasciateci soli! !

(il primo BigJump Tiberino)

Tuffi tiberini
Tag: