Per garantire seriamente il “diritto all’acqua” alle generazioni future, sono necessari cambiamenti profondi, tra cui la gestione dell’acqua che esce tutti i giorni dai rubinetti di casa nostra.

Introduzione

All’interno dell’Operazione Patronus e dopo la  prima parte di SOS fiumi, un approfondimento sulla gestione dell’acqua che esce tutti i giorni dai nostri rubinetti, estratto dal libro “Nuvole e sciacquoni” di Giulio Conte.

Per secoli l’umanità ha risposto al crescente bisogno d’acqua cercando nuove risorse idriche da sfruttare. Da alcuni decenni, però, è sempre più difficile trovarle. La sottrazione di acque alla circolazione naturale ha un inevitabile impatto negativo sui fiumi e sulle zone umide del pianeta. È quindi urgente un impegno di tutti che permetta di ridurre i consumi d’acqua e valorizzare le fonti.

(Penna in Teverina, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

Per garantire seriamente il “diritto all’acqua” alle generazioni future, sono necessari cambiamenti profondi, tra cui la gestione di quella che esce tutti i giorni dai rubinetti di casa nostra. Quest’acqua rappresenta una quota minore dei consumi idrici, ma è quella che richiede la qualità migliore, con i maggiori costi per l’approvvigionamento, la gestione, i trattamenti.

Uno sguardo al passato

A noi l’acqua sembra qualcosa di normale e di scontato. Ma già in una città come Roma è addirittura un bene “archeologico”. L’acqua che i suoi abitanti bevono quotidianamente, compresi i 4 milioni di turisti che ogni anno visitano la città, ha infatti una storia sorprendente alle spalle. In buona parte proviene dagli Appennini: sgorga dopo un viaggio lungo e tortuoso nelle viscere delle montagne. Vi siete mai chiesti quanto tempo ci vuole perché una goccia di pioggia (o un fiocco di neve) caduta sulle montagne arrivi fino a noi, uscendo dal rubinetto? Si calcola all’incirca 40 anni!

Naturalmente non è così ovunque. Spesso l’acqua che beviamo o che utilizziamo ha un ciclo assai più rapido. Tuttavia, questo dato ci fa capire quanto sia straordinario il “patrimonio” idrico che possediamo in Italia, e che spesso sprechiamo in molti modi.

(Bracciano, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

In passato non esisteva lo spreco.   Nessun uomo del Paleolitico si è mai allontanato troppo dai laghi o dal corso dei fiumi. Persino nel Neolitico la diffusione dell’uomo in Nord Italia e in gran parte dell’Europa ha seguito i fiumi. Un importante cordone ombelicale lega l’uomo all’acqua.  I primi villaggi stabili e le prime grandi città della storia (come quelle mesopotamiche) sono sempre sorte lungo i grandi corsi d’acqua: per le necessità quotidiane, il commercio, l’allevamento, l’irrigazione dei campi ecc.

Circa 2.000 anni fa nella Roma imperiale vivevano circa 1 milione di persone. Era la città più popolosa del pianeta. E ogni giorno i suoi abitanti dovevano mangiare, dormire, lavorare… Ma soprattutto bere, lavarsi e soddisfare i propri bisogni fisiologici. Come si è riusciti a soddisfare queste necessità? Con 11 acquedotti, che portavano alla capitale dell’Impero romano, ogni giorno, ben un miliardo di litri di acqua corrente! Solo alla fine degli anni ’60 dell’era moderna si è riusciti a fare altrettanto (ma essendoci in epoca romana la metà degli abitanti rispetto ad oggi, essi potevano godere del doppio di acqua di un romano contemporaneo).  Era anche lo strumento principale per mantenere l’igiene di una città che anche oggi porrebbe notevoli problemi sanitari. Con l’acqua ci si lavava alle terme. Con l’acqua piovana si lavavano le strade. Con l’acqua si facevano funzionare le latrine pubbliche. In effetti solo pochissimi avevano dei gabinetti in casa. Tutti andavano nelle latrine pubbliche. Ci si sedeva in fila su banconi di marmo, dotati di speciali aperture. Sotto le persone sedute, scorreva (anche qui) un piccolo flusso di acqua che raccoglieva il tutto e lo veicolava in un incredibile sistema di tubi e collettori che poi finivano in grandi cloache navigabili, dove “due carri avrebbero potuto passare fianco a fianco”, come raccontavano i latini.

Persino in luoghi aridi o sovrappopolati si può fare vivere una comunità numerosa e in relativa sicurezza sanitaria, a patto che la gestione dell’acqua sia parsimoniosa. Sebbene Roma sia stata chiamata anche la “Regina delle Acque”, per l’abbondanza di fontane e terme, l’acqua in realtà arrivava con piccoli flussi ed era gestita con economia per evitare sprechi. Solo pochi avevano l’acqua corrente in casa, tutti gli altri dovevano andare con i secchi alla fontana di strada, e portarseli su per le scale faticosamente.

Oggi però possiamo forse fare meglio dei romani, addirittura riutilizzando quello che buttiamo via storcendo il naso: si tratta di “smontare” ciò che finisce nel gabinetto per recuperare le componenti più utili. Una “raccolta differenziata” del nostro rifiuto fisiologico.
Questa strategia, a dire il vero, era già nota in antichità: agli angoli delle vie di Pompei o della Roma imperiale, si potevano scorgere delle grandi anfore semi-interrate, con un’apertura al lato. I passanti erano invitati a “depositare” eventuali bisogni impellenti… L’urina raccolta veniva usata nelle concerie e nelle tintorie.

Quando non c’era l’acqua corrente

“Nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone, le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro di vasi da notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati, dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti”.

L’incipit dello straordinario romanzo di Patrick Süskind, Il profumo, ci restituisce un’immagine vivida del livello igienico della Parigi del Settecento. Sono gli anni in cui prende forma la civiltà industriale e ha inizio il fenomeno, dapprima locale e ormai planetario, dell’“urbanizzazione”: la migrazione degli uomini dalla campagna alla città, che ha portato oltre la metà della popolazione mondiale a vivere nei centri.

(fontana grande a Viterbo, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

Dobbiamo andare in Grecia per trovare le prime testimonianze certe di uso civile dell’acqua: già dal 1000 a.C. era praticata, negli insediamenti greci, la raccolta della pioggia e l’uso di sorgenti per l’approvvigionamento civile. Nella Roma imperiale, erano attivi 11 acquedotti, in grado di trasportare decine di migliaia di metri cubi d’acqua, per i bisogni di una città di oltre un milione di abitanti.

Naturalmente l’acqua non era distribuita equamente tra la popolazione: solo i più ricchi che abitavano le ville e i piani bassi delle insulae potevano contare su volumi d’acqua abbondanti e a portata di mano, mentre gran parte della città era approvvigionata da fontane pubbliche.
In epoca romana abbiamo anche le prime testimonianze dell’uso di “sanitari” a secco o ad acqua corrente; sono famose le “toilet” di Ostia Antica, ma sembra che analoghe tecniche fossero in uso in Cina intorno all’anno 0. Le prime erano latrine a secco su due piani, quello superiore con le “sedute” e quello inferiore dove gli escrementi erano accumulati e periodicamente rimossi.

A Roma, la pratica – probabilmente molto antica e come vedremo in voga per diversi secoli – di sbarazzarsi del contenuto dei vasi da notte semplicemente lanciandoli dalla finestra era severamente vietata, ma dobbiamo tenere conto che la gestione degli scarichi fisiologici era comunque operata “a secco”. Sebbene infatti fossero già state realizzate le prime fognature sotterranee, come la Cloaca Maxima a Roma, la cui costruzione data addirittura al VII secolo a.C., esse avevano la funzione di drenaggio delle acque meteoriche e non di smaltimento degli escrementi. La gestione degli escrementi avveniva quindi con procedure analoghe a quelle ancora in uso per gli animali (accumulo in concimaia, maturazione, utilizzo per la fertilizzazione o, nel caso delle urine che erano raccolte separatamente, per l’industria conciaria).

L’idea di utilizzare l’acqua per smaltire le deiezioni umane è, per ragioni che vedremo più avanti, “modernissima”.  Per 10.000 anni di storia – grazie alla trasmissione della cultura contadina – gli escrementi umani sono invece stati considerati per quel che sono: un prezioso fertilizzante da conservare e gestire al meglio. L’aver dimenticato – a partire dal Novecento – questo concetto essenziale, è una delle principali cause della crisi idrica attuale.

Rifiuti “preziosi”

 

Nei centri urbani di una certa dimensione, già esistevano delle canalizzazioni sotterranee in tutto simili alle fognature. Erano le reti per lo smaltimento delle acque di pioggia: le piogge sono state da sempre uno dei grandi problemi dell’urbanizzazione. Si trattava quindi di condotte che oggi chiameremmo “rete fognaria bianca”, che poi, man mano che si diffondeva l’uso domestico dell’acqua, cominciarono a ricevere anche scarichi di acque nere domestiche.

Lo smaltimento degli escrementi e delle acque usate nelle città avveniva ancora, nel migliore dei casi, attraverso pozzi neri che venivano periodicamente svuotati da “imprenditori” che ne rivendevano il contenuto come fertilizzante. Il fertilizzante per eccellenza erano gli escrementi degli animali. Ma di letame non ce n’era mai abbastanza, tanto che i contadini che coltivavano poderi non lontani dalla città, acquistavano regolarmente dai vuotapozzi cittadini carrate di maleodoranti rifiuti umani.

I “crociati della salute” e la paura dei germi

A partire dalla fine del Settecento comincia a farsi strada la moderna cultura dell’igiene: i consumi pro capite di sapone in Inghilterra raddoppiano tra il 1801 e il 1841 e nello stesso periodo il “bagno settimanale”, o addirittura giornaliero per coloro che possono permetterselo, diviene una pratica abituale per le classi alte.

(fontana delle Naiadi, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

Ma l’acqua in casa è ancora un privilegio di pochi: nelle città ci si approvvigiona da pozzi o fontane pubbliche, da cui la servitù provvede a portare in casa l’acqua per il bagno. Altrettanto scomodo era lo svolgimento dei propri bisogni fisiologici. Nelle classi agiate infatti tale pratica era espletata attraverso il “vaso da notte” eventualmente inserito in un apposito sedile, chiamato “seggetta”. Il contenuto del vaso veniva poi – nel migliore dei casi – scaricato nella concimaia o nel “pozzo nero” (ma secondo alcuni perdura fino all’Ottocento l’abitudine di sbarazzarsi dei residui organici gettandoli dalla finestra!).

Nella seconda metà dell’Ottocento, quando si discute della realizzazione del sistema fognario di Parigi, la trasformazione dei residui organici in concime alimentava un corposo giro d’affari. Per questo in città c’è chi si oppone alla realizzazione delle reti fognarie, che allontanando in acqua i residui organici umani, avrebbero di fatto cancellato un’importante attività produttiva.

Insomma tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nelle città occidentali si discute delle scelte che graveranno ancora oggi pesantemente sulla questione idrica. Fu a quell’epoca che presero forma importanti discipline tecnico-scientifiche quali l’igiene urbana e l’ingegneria sanitaria – che avranno nei secoli successivi grandi implicazioni sociali – e la gestione dei residui organici umani (quell’insieme di pratiche e soluzioni tecniche che in inglese si definiscono sanitation) si orienta in modo definitivo verso l’uso dell’acqua, abbandonando progressivamente la gestione “a secco”.

La principale motivazione che portò verso l’attuale modello di sanitation fu l’accresciuta conoscenza scientifica e sensibilità in materia igienica, che avevano ormai chiarito che l’igiene personale e alimentare e il rapido allontanamento degli escrementi umani erano condizioni essenziali per ridurre le epidemie.
Non vi è dubbio, quindi, che la “rivoluzione sanitaria” urbana che avvenne nell’Ottocento – era anche il periodo della grandi ristrutturazioni urbanistiche – fu un fatto di grande rilevanza sociale che contribuì enormemente al miglioramento delle condizioni di vita della fascia più povera della popolazione.

(piazza Europa a  Terni, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

Guardando quella rivoluzione è lecito chiedersi se le cose sarebbero potute andare diversamente. Oggi infatti sappiamo che esistono tecniche di “sanitation a secco” che permettono di garantire condizioni igienico-sanitarie altrettanto sicure rispetto alla “sanitation convenzionale”. La tecnica del compostaggio, che avrebbe potuto rappresentare l’alternativa all’evacuazione attraverso l’acqua, cominciò a essere compresa scientificamente solo attorno al 1930, troppo tardi per scalzare l’ormai affermato sistema.

Se le ragioni dell’“industria degli escrementi” fossero state adeguatamente comprese, forse l’uso dell’acqua in casa sarebbe oggi limitato alla cucina, all’igiene personale e al lavaggio di indumenti e stoviglie, mentre gli escrementi e gli scarti organici della cucina verrebbero inoltrati tramite apposite tubazioni a compostatori interrati. Per quanto possa sembrare sorprendente, non c’è dubbio che dal punto di vista ecologico – ma anche economico – i vantaggi sarebbero stati grandi: risparmio idrico, produzione di un compost ricco di humus (preziosa risorsa agricola, con riduzione dell’inquinamento da fertilizzanti) e, infine, assenza di liquami da smaltire, quindi acque più pulite.

Ma ci troviamo in piena civiltà dei consumi e l’igiene personale e domestica, come la cura del corpo, acquistano progressivamente un significato sociale e un rilevante interesse economico. La “domanda sociale di igiene” continua a crescere, esasperandosi negli ultimi decenni del Novecento e fino ai nostri giorni. Alle buone pratiche igieniche si sostituisce una cultura dell’igiene intesa come “sterilizzazione” e una ricerca quasi spasmodica di ambienti “asettici” come garanzia di “qualità dell’ambiente”.

La cultura dell’“igiene come asetticità”, diffusa a partire dal dopoguerra, è ancora presente non solo nelle pubblicità, che ci mostrano sempre nuovi prodotti per “sterminare i germi”, ma anche in una pubblica amministrazione (non solo italiana) che spesso crede di garantire la “qualità” con regole igieniche sempre più restrittive, i cui benefici sono tutti da dimostrare. Diversi studi hanno evidenziato i rischi e i costi inutili di una società sempre più “asettica”.

Acqua: una coperta troppo corta

Per secoli l’umanità ha risposto al crescente bisogno d’acqua imposto dal miglioramento delle condizioni di vita, dallo sviluppo agricolo e dall’industrializzazione, cercando nuove risorse idriche da sfruttare: scavando nuovi pozzi e accumulando le risorse superficiali in bacini formati da dighe sempre più grandi.

Da alcuni decenni, però, è sempre più difficile trovare nuove risorse: l’aumento del prelievo di acque sotterranee sta portando alla salinizzazione delle falde; la sottrazione di acqua dai fiumi li rende sempre più inquinati. La sottrazione di acque alla circolazione naturale ha un inevitabile impatto negativo sui corsi d’acqua e sulle zone umide del pianeta, e si scontra con la crescente domanda di tutela e riqualificazione di questi fondamentali ecosistemi. È quindi urgente un impegno di tutti che permetta di ridurre i consumi d’acqua e valorizzare le fonti alternative.

(Lago di Corbara, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

La crisi idrica è ormai un fatto acquisito; non solo nei luoghi aridi per eccellenza – come il Medio Oriente, la penisola araba o il sud-ovest degli Stati Uniti – ma anche in aree che immaginiamo umide e fertili, come l’India, l’Africa equatoriale e gli Stati Uniti centrali. Ogni volta che proviamo a prendere più acqua da una parte, causiamo dei problemi da qualche altra parte. Una domanda d’acqua in forte crescita sta superando l’offerta. In Giordania e in Libia, ma anche in India e in Cina, le falde sono sovrasfruttate – si preleva più acqua della capacità di ricarica attraverso le piogge – e da alcuni anni si estrae acqua “fossile”, non più rinnovabile.

Si tratta di avviare per l’acqua un processo simile a quello che si è generato per l’energia. Ma mentre il movimento ambientalista è riuscito, negli scorsi 20 anni, a imporre con forza il tema energetico fino a farlo divenire centrale nelle agende dei governi e delle istituzioni sovranazionali, nulla di simile sta avvenendo per l’acqua. Il dibattito si è focalizzato sul tema della “privatizzazione” che, pur importante in alcune zone del pianeta, rischia di non cogliere i veri problemi in gioco. Per garantire seriamente il “diritto all’acqua” per le generazioni future, infatti, sono necessari cambiamenti profondi che abbracciano non solo il modello di gestione dell’acqua potabile – che dovrà essere rivisto “strutturalmente”, indipendentemente dal fatto che il soggetto gestore sia pubblico o privato – ma anche le politiche economiche globali e l’assetto del territorio, sia agricolo che urbano.

Nel mondo circa il 70% dell’acqua consumata è usata per irrigazione e la domanda irrigua è in crescita, in particolare nei paesi emergenti (India, Cina, Brasile ecc.). Non è sempre stato così: un tempo regioni aride avevano un’agricoltura a basso consumo idrico, basata su colture molto resistenti alla siccità (ma poco produttive), mentre le colture idroesigenti erano limitate ai paesi più piovosi. La crescita esponenziale dei consumi irrigui è uno dei prezzi pagati per la “rivoluzione verde”, che a partire dagli anni ’70 ha aumentato moltissimo la produttività per ettaro, diffondendo in tutto il mondo le varietà di grano, riso e mais ad alto rendimento selezionate nel mondo occidentale. Oggi, per produrre un chilo di riso bastano pochi centimetri quadrati di terra, ma servono – nel Vercellese come in Egitto o in Bangladesh – fino a 5.000 litri d’acqua: la stessa quantità con cui in India o in Cina una persona vive dignitosamente per più di un mese.
Se consideriamo i prodotti animali – che si nutrono comunque di mangimi provenienti da colture irrigue – 5.000 litri sono appena sufficienti a produrre una sola bistecca! La “questione irrigua”, ovvero come ridurre i consumi d’acqua producendo cibo sufficiente per l’umanità in crescita, è dunque uno dei due punti chiave da risolvere per affrontare la crisi idrica, reso ancor più urgente dalla crescente domanda di terra e d’acqua per la produzione di biocombustibili.

Ma c’è un altro aspetto importante alla base della crisi idrica, in cui siamo tutti più direttamente coinvolti: riguarda la gestione dell’acqua che esce tutti i giorni dai rubinetti di casa nostra, che usiamo quotidianamente per mille motivi, con cui scarichiamo i nostri WC. Quest’acqua rappresenta una quota minore dei consumi idrici – circa il 20% in Italia e negli altri paesi che usano molta acqua per irrigazione – ma è quella che richiede la qualità migliore, qualità che in genere hanno solo le acque sotterranee o di sorgente, e comporta anche i maggiori costi per l’approvvigionamento, la gestione, i trattamenti ecc.

La crisi idrica in Italia

Come vanno le cose in Italia? In estrema sintesi, le risorse idriche disponibili ammontano a circa 52 miliardi di metri cubi all’anno: a fronte di questa disponibilità, ne utilizziamo ogni anno circa 40 miliardi, 8 dei quali destinati all’uso civile. Se il prelievo di 40 miliardi di metri cubi sembra teoricamente compatibile con una disponibilità di 52, non è altrettanto compatibile con la qualità delle acque dei nostri fiumi e falde. Infatti la stima delle risorse utilizzabili non tiene conto della necessità di mantenere una “circolazione idrica naturale”: nelle stagioni critiche, le portate dei nostri fiumi e falde tendono a essere quasi completamente sfruttate e non rimane un deflusso naturale sufficiente, non solo a mantenere vivo l’ecosistema – nel caso dei corsi d’acqua – ma nemmeno a diluire gli inquinanti che, seppur trattati dai depuratori, è necessario scaricare.

(MonteMolino, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

La direttiva europea quadro sulle acque (60/2000/Ce) ci chiedeva di raggiungere entro il 2016 il “buono stato delle acque”, ma nel 2020 in Italia soltanto il 40% dei corsi d’acqua era in buono stato ecologico. Per perseguire tali obiettivi sono necessarie misure incisive che hanno cominciato a essere individuate dai Piani Regionali di Tutela delle Acque. Le misure sono sostanzialmente di due tipi: quelle volte a ridurre il carico inquinante (riducendo i carichi alla fonte o aumentando la capacità di depurazione) e quelle rivolte ad aumentare le “portate naturali”, ovvero diminuendo i prelievi. Ad oggi le politiche per ridurre i prelievi sono ancora poco definite e in alcuni casi assurdamente contraddittorie, ma presto o tardi dovremo farcene una ragione: l’attuale livello di prelievo delle risorse naturali è incompatibile con il buono stato delle risorse idriche; anche spingendo al massimo le tecniche di depurazione è praticamente impossibile contenere il carico a livelli compatibili con corpi recettori che hanno portate ormai limitatissime, in molti casi costituite esclusivamente da scarichi.

Da oltre un decennio, a occhi esperti di tutto il mondo, è risultato sempre più chiaro che il modello di gestione delle acque nelle nostre città non è sostenibile. Non è sostenibile il modello “urbano”, basato su prelievo, distribuzione, utilizzo, fognatura, depuratore, scarico, perché comporta un uso eccessivo di risorse idriche di altissima qualità, produce inquinamento che può essere solo parzialmente ridotto ricorrendo alla depurazione, e non si cura di riutilizzare risorse preziose come l’azoto e il fosforo contenute nelle “acque di scarico”. Non è sostenibile il modello “domestico”, perché è basato su una serie di pratiche come minimo rozze, se non completamente illogiche:

  • l’approvvigionamento idrico delle nostre case attraverso un’unica fonte – l’acqua fornita dall’acquedotto pubblico – anche quando sarebbe possibile, utile e conveniente raccogliere e usare l’acqua di pioggia;
  • il consumo indiscriminato dell’acqua potabile, usata in grandi quantità per scaricare il WC;
  • l’eliminazione di tutti i nostri scarti attraverso un unico sistema di scarico – siano essi escrementi con carica batterica altissima, urine ricche di prezioso azoto o acqua praticamente potabile usata per sciacquare la frutta.

L’inquinamento

Nonostante la crescita dei sistemi di depurazione, l’inquinamento delle acque in Italia non migliora. Le motivazioni sono diverse, ma a monte di tutto vi è il modello di gestione dell’acqua nelle nostre case. A partire dal Novecento si afferma progressivamente nei paesi industrializzati il WC a sciacquone; fino ad allora, gli escrementi seguivano la via della concimaia dove, insieme ai rifiuti solidi organici, andavano a costituire il fertilizzante (che contiene proprio quei nitrati e fosfati essenziali per la crescita delle piante) che tornava al campo coltivato, chiudendo il ciclo ecologico dei nutrienti.

Con l’avvento del WC questo ciclo si è interrotto e abbiamo cominciato a buttare in acqua i nostri escrementi, mentre per sopperire alla mancanza di fertilizzanti sui campi abbiamo diffuso quelli “di sintesi” (prodotti artificialmente grazie all’industria chimica, che però vengono dilavati più facilmente, andando anch’essi a finire nell’acqua).

Dal dopoguerra, con la diffusione capillare dell’approvvigionamento idrico domestico e delle reti fognarie e il boom dei fertilizzanti di sintesi, è partito a grande scala quello che gli esperti chiamano l’esperimento di “fertilizzazione globale” degli ecosistemi acquatici.

Fognature e depuratori

A partire dall’inizio del Novecento, con la diffusione dell’acqua nelle abitazioni civili e l’aumento dell’industrializzazione, le reti fognarie cominciano a veicolare ingenti quantità di liquami di scarico, che raggiungono fiumi, laghi e mari. L’inquinamento delle acque, probabilmente già serio alla fine degli anni ’50,esplode e diviene socialmente sentito al principio degli anni ’70.

L’obbligo di depurare gli scarichi arriva in Italia nel 1976. Si attiva così nel nostro paese un imponente programma di infrastrutturazione, realizzato attraverso i PRRA (Piani Regionali di Risanamento delle Acque), che porta a un’enorme crescita delle reti fognarie e alla installazione di migliaia di impianti di depurazione.

L’ingente sforzo compiuto nella realizzazione di fognature e impianti di depurazione ha certamente contribuito a un miglioramento della qualità dei corsi d’acqua che, negli anni ’70, erano in condizioni drammatiche. Tuttavia, la situazione delle acque è ancora lontana dal pieno recupero della qualità.

Una parte dei problemi discende dal mancato completamento dei sistemi di depurazione. Ma anche in aree dove il livello di copertura del servizio è prossimo al 100%, la situazione delle falde e dei corsi d’acqua è ugualmente critica. È evidente, quindi, che sarebbe sbagliato attribuire al mancato completamento della dotazione infrastrutturale l’unica ragione dell’insoddisfacente situazione. Le cause reali sono diverse.

Autodepurazione e trattamenti

Potrà apparire paradossale, ma una concausa del mancato recupero della qualità dei corsi d’acqua è da attribuirsi proprio alla crescita delle reti fognarie; più esattamente, a quelle non servite da depuratore, o servite da impianti che operano una depurazione solo parziale. In questo modo liquami che prima erano smaltiti sul suolo o in modo diffuso sulla rete idrografica minore subendo una, almeno parziale (ma spesso consistente), autodepurazione, sono concentrati in un unico scarico che compromette il corpo idrico recettore. Talora, dunque, più fognature significa maggior inquinamento. Esiste un grave problema di scelte tecnologiche inadeguate, che difficilmente potrà essere affrontato con il semplice miglioramento della gestione.

La grande maggioranza delle reti fognarie esistenti  è di tipo “misto”, cioè raccoglie sia i liquami fognari che le acque meteoriche che dilavano le superfici urbane impermeabilizzate. Le reti miste comportano, quando piove, un brusco e imponente aumento delle portate che, se addotte al depuratore, ne compromettono il funzionamento. Da qui la necessità di “scolmare” le portate in eccesso nel corso d’acqua ricettore. In questo modo, nei giorni eccezionalmente piovosi, una grande quantità di inquinanti raggiunge i fiumi senza alcun trattamento, anche dove esiste un depuratore funzionante e sufficiente per il carico medio.

(nei pressi di Magliana, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

Si deve inoltre ricordare che molte forme di inquinamento hanno carattere diffuso: gli inquinanti presenti sulle strade e nelle aree edificate sono dilavati dalle piogge e raggiungono in modo diffuso i corsi d’acqua. Le morie di pesci nei fiumi, un tempo associate ai periodi caldi e siccitosi, si verificano ora più spesso a seguito di grandi piogge, suggerendo la tesi che il carico diffuso sia una “porzione” molto rilevante del carico complessivo recapitato ai corsi d’acqua.

Quando si costruirono le reti fognarie, il principio seguito per ridurre l’inquinamento (e il conseguente rischio di epidemie) era di favorire al massimo la diluizione e il rapido allontanamento delle acque di scarico, per cui spesso le reti fognarie utilizzavano fossi e corsi d’acqua che già avevano una portata naturale. Essendo state realizzate in epoche in cui non si prevedeva di depurare gli scarichi ma si cercava di diluirli, sono costituite da veri e propri torrenti, “tombati” e trasformati in reti fognarie; per questo, anche in assenza di pioggia, i liquami che arrivano ai depuratori hanno concentrazioni di inquinanti spesso assai inferiori a quelle necessarie per un buon funzionamento.

Poiché la bassa concentrazione e, ancor più, le forti oscillazioni di carico idraulico, provocano seri malfunzionamenti dei depuratori, è necessaria una gestione molto attenta e qualificata del processo per mantenere un’efficacia depurativa accettabile. Tale gestione può essere garantita solo per impianti di una certa dimensione, mentre è solitamente trascurata in quelli di piccole dimensioni la cui efficacia è, di conseguenza, molto minore. Da qui la diffusa tendenza a dismettere i piccoli impianti e creare reti di collettamento sempre più estese, per poter servire impianti di taglia sufficientemente grande. Una tendenza giustificata per i grandi agglomerati urbani, ma controproducente se generalizzata in altre situazioni.

Che cos’è l’inquinamento

Una vecchia edizione dello Zingarelli spiega così il verbo “inquinare”: “Corrompere, adulterare con principi e germi malsani, nocivi alla salute”. Questa definizione dà l’idea che l’inquinamento sia dovuto all’immissione di qualcosa di tossico, di contaminato, che è opportuno tenere “segregato” evitando qualsiasi contatto con l’ambiente. In realtà non è così; la grandissima maggioranza delle sostanze inquinanti sono molto diffuse in natura e sono continuamente prodotte e consumate da processi chimici, fisici e biologici della natura. Questo vale per gli inquinanti civili e zootecnici ma anche per la gran parte degli inquinanti di origine industriale. Si pensi ad esempio ai temutissimi metalli pesanti: si tratta di sostanze assolutamente naturali, che nella biosfera si trovano in tracce (quantità minime). L’uomo va a scovarli, li usa nei prodotti industriali e li restituisce all’ambiente in concentrazioni molto superiori a quelle che si riscontrano abitualmente in natura: la loro tossicità e pericolosità è dovuta alla quantità e non alla sostanza in sé. Anche la maggioranza delle molecole “di sintesi” (in genere lunghe molecole organiche costruite dall’uomo attraverso processi industriali, che quindi non esistono come tali in natura) vengono naturalmente “degradate” e trasformate in molecole più piccole, normalmente presenti nella biosfera. Tutte le molecole sono biodegradabili: degradabili attraverso processi fisici o biologici per azione dei batteri, della luce, delle variazioni di temperatura ecc. Alcune però richiedono tempi molto lunghi, come le plastiche o alcuni composti organici del cloro (ad esempio il ddt): queste molecole sono – per fortuna – sempre meno utilizzate, grazie alle normative nazionali e internazionali che ne vietano l’uso.

(Stimigliano, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

A partire da circa 10.000 anni fa, l’agricoltura e l’urbanizzazione hanno portato dei grandi cambiamenti negli ecosistemi naturali, ma non hanno interrotto i cicli degli elementi: una quota significativa della produzione agricola veniva consumata nelle città ma la sostanza organica residua e i nutrienti tornavano ai campi coltivati, perché gli escrementi umani erano riutilizzati come fertilizzanti. È dalla fine dell’Ottocento, con la diffusione dei WC e la realizzazione delle reti fognarie, che le cose cambiano radicalmente: quantità sempre maggiori di sostanza organica e nutrienti non tornano più ai campi coltivati ma vengono “dirottate” nell’acqua.

La stragrande maggioranza degli inquinamenti delle acque – in Italia come in altri paesi – è dovuta allo scarico di sostanza organica e di nutrienti (azoto e fosforo): si tratta di sostanze non solo non pericolose, ma addirittura essenziali per la vita, che però in quantità elevate provocano inquinamento. Negli ecosistemi naturali la sostanza organica e i nutrienti vengono continuamente riciclati tra piante, animali e batteri, attraverso l’alimentazione, l’eliminazione di feci e urine, la morte (cellulare e degli organismi), la decomposizione.

Perché le sostanze naturali inquinano?

Tutti gli esseri viventi “funzionano” utilizzando l’energia chimica contenuta nel cibo: in pratica sfruttano un processo molto simile alla combustione, che ossida la sostanza organica per produrre calore. La sostanza organica da trasformare in energia, negli animali viene assunta attraverso l’alimentazione. Nelle piante, invece,  autoprodotta attraverso la fotosintesi.

La cenere che rimane dopo la combustione, contiene le sostanze che non vengono trasformate in anidride carbonica e acqua: principalmente azoto (l’elemento più abbondante della materia biologica dopo il carbonio, l’ossigeno e l’idrogeno), ma anche fosforo, potassio e altri elementi presenti in quantità molto piccole.  In un ecosistema chiuso, gli elementi in gioco (carbonio, ossigeno, idrogeno, azoto ecc.) non cambiano, semplicemente vengono continuamente riaggregati in modo diverso e riciclati.

Le nostre feci contengono un’abbondante quantità di sostanza organica che il nostro organismo non è in grado di metabolizzare (le famose “fibre”, per lo più sostanze cellulosiche che non riusciamo a digerire), oltre a una discreta quantità di azoto, fosforo e altri elementi. Le urine, invece, contengono le sostanze di rifiuto eliminate dall’organismo attraverso la circolazione sanguigna: tra queste la più importante è certamente l’azoto che assumiamo in eccesso attraverso le proteine (che ne contengono parecchio).

Quindi gli scarichi delle nostre città contengono prevalentemente sostanza organica, azoto, fosforo e altri elementi in piccole quantità. Il problema dell’inquinamento è dovuto innanzitutto alla sostanza organica, che, quando finisce in acqua in grandi quantità, richiama molti batteri che se ne nutrono. I batteri “respirano” la sostanza organica, ossidandola e consumando rapidamente l’ossigeno disciolto nell’acqua, il che provoca una serie di problemi agli abitanti dell’ecosistema. Per questo l’ossigeno disciolto è uno dei parametri chiave per stabilire se un corpo idrico è inquinato.


(gole del Nera, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

Anche azoto e fosforo sono considerati “inquinanti” (e il fatto che dei nutrienti essenziali per la vita siano ritenuti inquinanti dovrebbe farci pensare!) perché favoriscono l’eutrofizzazione: ovvero la crescita abnorme di alghe. In pratica vi sono alghe unicellulari che tenderebbero a riprodursi rapidamente e incessantemente: sono limitate nella crescita dalla necessità di azoto e fosforo, essenziali per costruirsi le proprie molecole biologiche. Ora, se noi buttiamo in acqua grandi quantità di azoto e fosforo, le alghe non trovano più “fattori limitanti” alla crescita e si riproducono a più non posso, ma di notte – quando la fotosintesi non avviene e non si produce più ossigeno – consumano grandi quantità di ossigeno, innescando problemi analoghi a quelli provocati dall’eccesso di sostanza organica.

Nutrienti artificiali

L’avvento dei WC e delle reti fognarie ha un altro importante effetto: riduce notevolmente la disponibilità di fertilizzanti per l’agricoltura. Gli escrementi umani, infatti, avevano garantito fino ad allora una grande quantità di azoto e fosforo che poteva essere impiegato per fertilizzare i campi.
Man mano che si diffondono i WC e le fogne queste sostanze vengono progressivamente a mancare. Per rispondere a questo problema si ricorre ai “fertilizzanti fossili”: esistono infatti in diverse aree del pianeta dei veri e propri giacimenti di elementi fertilizzanti – famosi, ad esempio, quelli del Cile e del Perù – costituiti da depositi di guano di grandi colonie di uccelli, che per migliaia di anni hanno abitato le stesse zone, accumulando enormi quantità di azoto, fosforo, potassio e altri nutrienti.

(Ponte Pattoli, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

L’estrazione dal sottosuolo diviene quindi una fonte essenziale di fertilizzanti: per alcuni elementi i giacimenti fossili restano ancora oggi la fonte principale di approvvigionamento. Ma per l’azoto, l’elemento fertilizzante più importante, in quanto componente più abbondante della materia biologica e quindi richiesto in quantità maggiori, si trova presto una fonte praticamente inesauribile. In concomitanza con la diffusione del WC, all’inizio del Novecento, i chimici brevettano un processo industriale in grado di trasformare l’azoto molecolare atmosferico (l’azoto è il componente più abbondante dell’atmosfera) in ammoniaca, che può essere poi utilizzata come fertilizzante. Dunque, è possibile produrre artificialmente i fertilizzanti azotati (detti “di sintesi”, perché “sintetizzati” artificialmente), e rimediare così al problema causato dalla mancanza di azoto.

Ma la produzione artificiale di azoto, se sembra risolvere definitivamente la questione della disponibilità di fertilizzanti azotati, contribuisce a sollevare nuovi problemi.

L’esperimento di “fertilizzazione globale”

Se quasi tutti ormai sanno cos’è l’eutrofizzazione e il ruolo che vi giocano il fosforo e l’azoto, è poco diffusa però la consapevolezza che i problemi legati all’azoto affondano le radici in un fenomeno planetario simile a quello che dà origine all’effetto serra. L’azoto, infatti, proprio come il carbonio, è protagonista di un complesso ciclo: l’azoto atmosferico (N2) viene catturato dai batteri azoto-fissatori e infine trasformato in nitrati (NO3) nel suolo; altri batteri del suolo operano poi la reazione inversa (denitrificazione), trasformando i nitrati in azoto atmosferico e chiudendo così il ciclo.

In condizioni naturali – salvo oscillazioni temporanee – le quantità di azoto atmosferico che entrano nel ciclo attraverso la fissazione atmosferica e biologica sono bilanciate da quantità equivalenti che tornano in atmosfera.

Negli ultimi decenni però la fissazione industriale dell’azoto e la coltivazione su vasta scala delle leguminose (nelle cui radici crescono i batteri simbionti azoto-fissatori) ha sbilanciato questo equilibrio aumentando la quantità di azoto atmosferico che entra nel ciclo “terrestre” e si accumula nelle acque in modo del tutto analogo, ma in senso opposto, all’anidride carbonica che, anche in seguito alle modificazioni umane del ciclo del carbonio, si accumula nell’atmosfera. Contestualmente sono stati distrutti proprio quegli ecosistemi naturali che svolgevano l’importante ruolo di trasformare i nitrati in azoto molecolare e restituirlo all’atmosfera: le zone umide e le foreste delle piane alluvionali.

Le modalità con cui l’uomo contribuisce ad aumentare gli input di azoto nella biosfera sono diversi: la sintesi artificiale di fertilizzanti è la più importante, ma giocano un ruolo fondamentale anche le coltivazioni azoto-fissatrici, come la soia o i fagioli, il consumo di combustibili fossili, gli incendi, la distruzione delle zone umide (ecosistemi fondamentali per la “denitrificazione” che restituisce l’azoto all’atmosfera) e l’alterazione dei suoli.

L’azoto, una volta immesso nella biosfera, tende a essere ossidato a sali di nitrato, una forma dell’azoto molto solubile, e ad accumularsi nelle acque, dando luogo a quello che viene definito l’“esperimento di fertilizzazione globale” che “sta provocando una larga varietà di problemi ambientali”.

(Riosecco, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

Per ridurre il carico di azoto dovuto agli scarichi civili, da alcuni anni si sta diffondendo la pratica di realizzare impianti di depurazione che rimuovano, oltre alla sostanza organica, anche l’azoto, trasformandolo in azoto atmosferico. Questa soluzione potrebbe certamente dare un contributo alla riduzione dei carichi di azoto immessi nella biosfera, ma costituisce un esempio classico della tendenza della tecnica ad affrontare i problemi con i paraocchi, limitandosi a cercare di risolvere aspetti specifici o locali, senza esaminare le cause che li generano.

Riassumiamo: l’avvento del WC e dei sistemi fognari ha spostato la destinazione finale dell’azoto, che prima veniva recuperato come fertilizzante e reimmesso nel ciclo agricolo, mentre ora finisce in acqua. Per contrastare la perdita di fertilità dei terreni dovuta alla mancanza di azoto si ricorre a fertilizzanti di sintesi, ottenuti trasformando l’azoto atmosferico in ammoniaca. Ora, come soluzione al problema dell’eccesso di azoto nell’acqua proponiamo di introdurre un ulteriore processo depurativo, che ci permetta di trasformare l’azoto nitrico contenuto negli scarichi in azoto atmosferico. In pratica, prima fissiamo l’azoto artificialmente e poi, sempre artificialmente, lo eliminiamo.

Bene, qualsiasi buona massaia, prima di spendere altri soldi per spingere ulteriormente il trattamento delle acque di scarico, cercherebbe di capire se non ci sia il modo di riutilizzare le tonnellate di azoto che esse contengono, riducendo così la quantità di azoto fissato artificialmente: questa operazione renderebbe possibile un risparmio – certamente sottostimato – pari a diverse centinaia di miliardi di dollari!

L’acqua nelle nostre case

La maggior parte dei consumi idrici riguarda usi per cui non sarebbe necessaria acqua potabile, basterebbe un’acqua chiarificata, inodore, ma non necessariamente potabile.
Gli usi che richiedono acqua veramente potabile, a voler essere prudenti, potrebbero essere limitati a bagno e igiene personale (32%), cucina alimentare (12%), lavapiatti (3%): si tratta di meno della metà dei consumi domestici attuali!

La raccolta della pioggia

Da secoli e fino alla fine del Novecento, la pratica della “raccolta della pioggia” era diffusa in tutto il Sud Italia, come del resto in tutti i paesi mediterranei: sono innumerevoli gli studi sulle tecniche tradizionali per l’accumulo di acque meteoriche e non solo.

In tutta Italia è avvenuto negli ultimi decenni quello che è successo in centinaia di migliaia di case pugliesi: alla fine degli anni ’70 arrivò l’acquedotto che portava l’acqua – potabilizzata – dei fiumi della Basilicata. Ci si allacciò all’acquedotto e si abbandonarono le cisterne e, con loro, il sapere che ne permetteva l’uso. Si è passati da un sistema di accumulo estremamente diffuso – una miriade di cisterne e piccoli invasi a gestione prevalentemente familiare – a uno centralizzato, i grandi invasi sul Bradano e sul Sinni.
Per la cultura dell’epoca si trattava di una scelta ragionevole e certamente oggi non potremmo immaginare di rinunciare alle risorse idriche messe a disposizione dai grandi invasi lucani e relativi schemi acquedottistici.

(diga di Corbara, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

Tuttavia è ormai altrettanto evidente che è necessario dotarsi anche di capacità di accumulo diffuso: realizzando nuovi volumi, ma anche recuperando le strutture esistenti e, soprattutto, le conoscenze per realizzarle, gestirle e mantenerle efficienti.

L’importanza della raccolta della pioggia per far fronte a parte dei consumi domestici è ormai ampiamente riconosciuta in tutto il mondo. Generalmente le acque meteoriche vengono utilizzate prevalentemente per lo scarico del WC e per gli usi non potabili “esterni” (irrigazione giardini, lavaggio scale e cortili, lavaggio auto ecc.). Le caratteristiche chimiche delle acque di pioggia – bassa durezza e, più in generale, bassa concentrazione di sali – le rendono particolarmente idonee all’uso in elettrodomestici, come la lavatrice, che risentono dell’uso di acqua calcarea: per questo, in particolare in Germania, i progettisti suggeriscono spesso di alimentare con acque di pioggia anche la lavatrice.

Dal punto di vista della qualità, le acque di pioggia raccolte dai tetti presentano in genere concentrazioni molto basse di inquinanti sia chimici che microbiologici: il problema maggiore può essere rappresentato dai solidi, per cui è importante progettare adeguatamente i filtri in ingresso alla cisterna, prevedendo se necessario anche una vasca di sedimentazione.

Probabilmente l’esperienza di raccolta della pioggia più famosa è quella della Potsdamer Platz, il “centro” della nuova Berlino riunificata, cui hanno lavorato i migliori architetti della scena internazionale.
La gestione dell’acqua potrebbe apparire un aspetto marginale nella progettazione di Potsdamer Platz: ma il Comune e i progettisti hanno scelto di usare proprio l’acqua come fulcro del nuovo spazio, dando vita a un sistema di nuovi canali e zone umide di diverse migliaia di metri quadrati che creano un piccolo “parco” urbano nel centro di Berlino.

Non si tratta solo di uno spazio pubblico da vivere: il sistema è un grande serbatoio in grado di accumulare oltre 4.000 metri cubi di acque di pioggia, cui si aggiungono alcune centinaia di metri cubi che vengono immagazzinati nei tetti verdi degli edifici. In pratica per eventi meteorici ordinari, il 100% dell’acqua piovana che cade sull’area di Potsdamer Platz (diversi ettari di superficie impermeabilizzata) viene immagazzinato e, purificato attraverso un sistema di fitodepurazione perfettamente inserito nel paesaggio urbano, riutilizzato per fontane pubbliche e per lo scarico dei WC di alberghi e ristoranti della zona.

La “raccolta differenziata” degli scarichi

Da alcuni decenni abbiamo imparato che tener differenziati e smaltire separatamente i rifiuti solidi è la chiave per ridurre notevolmente i problemi ambientali che da essi derivano. Il motivo è intuitivo: se mantengo “ordinati” i rifiuti è molto più facile o riutilizzarli come materie prime/seconde per produrre qualcosa (altra carta, altro vetro, altri metalli, altra plastica) oppure trasformarli senza rischio in qualcosa che ne riduca l’impatto (compost, biogas o al limite cenere, che occupa poco spazio ed è inerte), producendo al contempo energia.

Qualcosa di molto simile può avvenire con i “rifiuti liquidi”, ovvero gli scarichi prodotti nelle nostre abitazioni. Per comprendere a fondo il problema, e concepire soluzioni veramente adeguate, dobbiamo andare a vedere che fine fanno gli scarichi delle acque nelle nostre case.
Le acque nere contengono sostanze organiche che hanno subito uno dei processi degradativi più efficienti in natura: quello che avviene nel nostro apparato gastro-intestinale. La sostanza organica che rimane nelle feci dopo la digestione è composta in larga parte di materia cellulosica (le famose “fibre” che i dietologi ci invitano a mangiare proprio per favorire le funzioni fisiologiche), ovvero la lunga molecola organica di cui sono fatti la carta e il legno, sostanze che – sebbene di origine naturale – tutti sappiamo si degradano molto lentamente a temperatura ambiente.

Inoltre nelle acque nere – in particolare nelle urine – si trova la maggior parte dell’azoto, che richiede tempi lunghi e grandi quantità di ossigeno per essere eliminato.
Nelle nostre case produciamo circa il 60% di acque di scarico grigie, inquinate da sostanze facilmente biodegradabili, poco contaminate da batteri e virus patogeni, e la cui gestione non comporta particolari rischi sanitari; il restante 40% invece sono acque nere, il cui trattamento è più complesso, sia dal punto di vista biochimico che microbiologico.

Ora nelle abitazioni le acque grigie e le acque nere, che presentano caratteristiche così diverse, vengono normalmente mescolate e immesse in fogna. Possiamo dire che oggi facciamo con le acque di scarico ciò che facevamo, fino a pochi decenni fa, con i rifiuti solidi. Ancora non ci rendiamo conto delle opportunità che derivano dal mantenere separati i nostri scarichi: le acque grigie, infatti, possono essere destinate a coprire una parte consistente del fabbisogno domestico.

Per fortuna in molti paesi le cose cominciano a cambiare: la pratica del riutilizzo delle acque grigie si sta ormai diffondendo rapidamente, ricorrendo a soluzioni tecnologiche molto diverse. Nei paesi poveri come la Palestina, l’acqua grigia proveniente da lavabi e docce, viene semplicemente accumulata in recipienti all’esterno delle abitazioni e da qui usata, prevalentemente per lavaggi esterni e irrigazione.

Una risorsa inaspettata: la pipì

Abbiamo accennato poco fa a come funziona bene il nostro apparato gastrointestinale, che riesce a trasformare il cibo in un tempo brevissimo e digerirlo, estraendone solo le sostanze nutritive utili. Ma forse ancora più stupefacenti sono i nostri reni, che hanno il compito di individuare tra i milioni di molecole trasportate dal sangue solo le sostanze che possono nuocerci ed eliminarle: per questo alcune sostanze – e tra queste i sali in eccesso – sono presenti in quantità superiore nelle urine, rispetto alle feci.

Tra le sostanze che eliminiamo con le urine, la più importante è certamente l’azoto. Sebbene le nostre urine contribuiscano per meno dell’1% nel volume dei nostri scarichi, esse contengono circa l’80% dell’azoto e il 45% del fosforo presente nelle acque di scarico. Quando facciamo pipì nel vaso diluiamo queste sostanze in una grande quantità d’acqua e la spediamo nelle fogne, da cui, nel migliore dei casi, arrivano a un depuratore.

Quando gli scarichi arrivano al depuratore, questi devono rimuovere, oltre la sostanza organica anche l’azoto e il fosforo. Alla fine con tempo, energia e impianti grandi e costosi, saremo riusciti a degradare l’urea e a rimuovere l’azoto e il fosforo contenuto nelle nostre urine.
Ma adesso viene il bello: se entrate in un consorzio agrario o in un qualsiasi rivenditore di prodotti per l’agricoltura, troverete in commercio un prodotto chiamato “urea agricola” che non è altro che la stessa urea contenuta nelle nostre urine, realizzata sinteticamente in un processo industriale, e venduta a caro prezzo come concime.

Dunque ricapitoliamo, eliminare la pipì dai nostri scarichi renderebbe molto più semplice e breve il processo di depurazione degli scarichi; inoltre l’urina umana è un fertilizzante completo e ben bilanciato e i suoi nutrienti sono rapidamente assimilabili dalle piante e l’effetto dell’applicazione agricola di urine è molto vicino a quello che si ottiene con fertilizzanti chimici.
Nonostante questo, l’Unione europea permette l’uso di urina umana solo per agricoltura convenzionale, ma non per agricoltura biologica.

La gestione sostenibile delle acque nelle città

I sistemi di gestione delle acque e degli scarichi nelle nostre città hanno una concezione di inizio Novecento, quando l’unico aspetto da considerare era il buon funzionamento e la garanzia del servizio: sono strutturati in modo da offrire un approvvigionamento idrico costante e sicuro e uno smaltimento rapido ed efficace degli scarichi e delle acque di pioggia.
Dalla fine del secolo scorso hanno cominciato ad assumere importanza altri obiettivi: evitare l’inquinamento delle acque e garantire l’uso efficiente della risorsa. Per raggiungere questi obiettivi è però necessario ripensare completamente i sistemi di gestione delle acque urbane.

5 regole per la gestione “ecosostenibile”

Nel modello tipico di gestione dell’acqua in una città, l’acqua viene prelevata da una fonte, che può trovarsi anche molto lontano dalla città, è trasportata attraverso le grandi adduttrici dei sistemi acquedottistici a serbatoi da cui viene prelevata per gli eventuali trattamenti di potabilizzazione e immessa nella rete di distribuzione che la porta nelle nostre case.

L’acqua usata lascia le nostre case dagli scarichi e finisce nella rete fognaria (che in genere è mista e raccoglie anche la pioggia) e dalla rete fognaria raggiunge un depuratore (quando piove solo in parte, perché i liquami mischiati alla pioggia sfiorano per non sovraccaricare le fogne e i depuratori). Nel depuratore l’acqua viene depurata e poi scaricata in un recettore (fiume, lago o mare), mentre i fanghi di depurazione, che contengono sostanza organica e una parte dei nutrienti, sono inviati a discarica o, quando possibile, riutilizzati o destinati al compostaggio.

Ora, quali sono le variabili che rendono più o meno “ambientalmente sostenibile” questo modello?

  • Innanzitutto la quantità d’acqua (1) che preleviamo, sottraendola alla circolazione naturale e ad altri possibili usi: meno è, meglio è.
  • Un altro aspetto non secondario è la distanza tra il prelievo e la restituzione (2): se prendiamo acqua da un fiume alla sorgente e la restituiamo alla foce, sarà ben peggio che restituirla immediatamente a valle di dove l’abbiamo presa, perché è pur sempre meglio un fiume con acqua inquinata, che un fiume senz’acqua.
  • Naturalmente è importante la qualità con cui restituiamo l’acqua (3): potremmo dire che migliore è la qualità degli scarichi, più “sostenibile” è la città che li genera, ma in realtà le cose non stanno proprio così. È sostenibile una città i cui scarichi sono compatibili con il corpo idrico che li riceve. Se si ha la fortuna di scaricare in un grande fiume che può ricevere lo scarico, diluendolo senza scadere di qualità, non avrebbe senso spingere inutilmente il processo depurativo: quindi una città “fortunata”, perché ha un recettore con “maggiore capacità”, può essere più sostenibile di un’altra meno fortunata anche se depura meno.
  • Infine, da quanto detto nei capitoli precedenti, è evidente che è necessario favorire la reimmissione dei nutrienti (azoto e fosforo) nei cicli biogeochimici naturali (4), in particolare restituendoli ai campi coltivati.
  • Vi è un altro aspetto importante della gestione urbana dell’acqua, e riguarda le piogge: abbiamo visto come la commistione delle acque di pioggia nelle reti fognarie sia una delle più importanti criticità nella gestione delle reti. Indipendentemente da ciò, uno degli impatti ambientali rilevanti dell’urbanizzazione è l’impermeabilizzazione del suolo, che influenza negativamente la risposta idrologica dei bacini, riducendo l’infiltrazione in falda e aumentando e accelerando i deflussi superficiali. La città sostenibile è, dunque, anche quella che riduce al minimo l’impermeabilizzazione del suolo (5) e ne mitiga gli effetti, “laminando” le acque superficiali in occasione delle piogge (ovvero accumulando le acque di pioggia e restituendole lentamente ai copri idrici, in modo da ridurre il contributo alla formazione delle piene).

(fiume Marecchia nel 2MondiTrail, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

Ecco che, senza volerlo, abbiamo definito cinque criteri per la corretta gestione delle acque in ambito urbano, che ci permetterebbero, se fossimo in grado di tradurli in numeri, di individuare “indicatori di sostenibilità urbana” per la gestione delle acque.
Dunque nel “progettare città sostenibili”, per quanto riguarda l’acqua, dovremmo puntare a:

  1. minimizzare i volumi prelevati;
  2. minimizzare la circolazione “artificiale” dell’acqua, restituendo l’acqua più vicino possibile al punto di prelievo;
  3. garantire una buona efficacia depurativa (possibilmente contenendo i costi), commisurata a mantenere in buone condizioni il corpo idrico che riceve gli scarichi;
  4. permettere il riuso e la corretta reimmissione dei nutrienti nei cicli biogeochimici naturali;
  5. minimizzare la superficie impermeabilizzata e comunque compensarla attraverso opportuni volumi di laminazione.

 

L’acqua tra stato e mercato

Il tema dell’acqua è entrato negli ultimi anni al centro del dibattito politico nazionale e internazionale, grazie al movimento contro la “privatizzazione” dei servizi idrici. Negli anni ’80 e ’90, a partire dal Regno Unito della Signora Thatcher, molti paesi – e fra questi l’Italia – hanno avviato processi di affidamento a privati dei servizi che erano storicamente gestiti dalla mano pubblica: dall’energia, ai trasporti, all’acqua.

Tale scelta era motivata, secondo i suoi sostenitori, dalla necessità di migliorare l’efficacia del servizio e, soprattutto, la sua efficienza (l’erogazione di servizi a costi più bassi): qualità che spesso mancano in enti pubblici, vuoi per mancanza di concorrenza (ti do un servizio scadente e costoso: tanto non hai alternative!), vuoi per la contiguità con il potere politico che interferisce impropriamente nelle scelte (scelgo soluzioni che pagano di più “elettoralmente”, non le migliori sotto il profilo di efficacia ed efficienza).

L’argomento di fondo sostenuto dai fautori della privatizzazione è che la fornitura di un buon servizio è sostanzialmente un fatto “tecnico”, non politico: di capacità organizzativa, di soluzioni tecniche, di aggiornamento scientifico ecc. Il ruolo della politica dovrebbe essere quindi limitato al controllo della funzionalità del servizio e della sua “sostenibilità” ambientale, sociale ed economica, eventualmente intervenendo dall’esterno per “riequilibrare” le situazioni di difficoltà per i soggetti socialmente ed economicamente più deboli o per i territori svantaggiati per condizioni ambientali naturali.

La pratica della privatizzazione dei servizi di interesse collettivo ha avuto sempre fieri oppositori, in particolare, come è ovvio attendersi, a sinistra. Gli argomenti degli oppositori riguardano alcune posizioni di fondo, come il rifiuto dell’equazione: gestione pubblica = gestione clientelare ed inefficiente, posizione supportata in Italia dall’effettiva esistenza di servizi pubblici di ottimo livello in molte regioni (si pensi ad alcune strutture sanitarie o educative per l’infanzia).

(fontana dello Zodiaco a Osta, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

Ma uno degli argomenti più robusti degli oppositori affronta i “privatizzatori”, per così dire, “sul loro terreno”: quale concorrenza è possibile creare per servizi che utilizzano un’unica infrastruttura comune, come possono essere le rotaie del treno o la rete idrica e fognaria?
Ma la battaglia tra gestione pubblica e privata ha assunto per l’acqua risvolti di particolare interesse, che hanno permesso la rapidissima crescita di un movimento ampio e forte sia in Italia che nel mondo. Il movimento, assume una chiara identità nel 1998, quando il Contratto Mondiale sull’Acqua, presieduto dall’ex presidente portoghese socialista Mario Soares e coordinato dal professore italiano Riccardo Petrella, presenta il Manifesto dell’acqua: il diritto alla vita. Il manifesto sottolinea come l’acqua sia un elemento vitale per le popolazioni umane e per l’ecosistema. Sostiene quindi che “non ci può essere produzione di ricchezza senza accesso all’acqua.

L’acqua non è paragonabile a nessun’altra risorsa: non può essere oggetto di scambio commerciale di tipo lucrativo”. In Italia il Contratto Mondiale sull’Acqua avvia la sua attività nel marzo 2000 e in pochi anni ottiene nel paese ampio riconoscimento politico e di stampa. Non vi è dubbio infatti che l’idea di “fare commercio” dell’acqua evochi qualcosa di inaccettabile.

L’acqua, l’elemento base della vita, ridotto a una merce da sfruttare e su cui arricchirsi alle spalle del popolo assetato è un’idea che anche i più incalliti sostenitori del libero mercato avrebbero difficoltà a difendere.

Vi è oggi un vivace dibattito sul tema della “privatizzazione dell’acqua”, che fa leva su un principio indiscutibile: l’accesso all’acqua è un diritto di base dell’uomo. La lotta contro la “privatizzazione” dell’acqua, però, pur partendo da principi giusti e condivisibili, propone soluzioni che rischiano di allontanarci dall’obiettivo prioritario: quello di una gestione dell’acqua e degli scarichi più efficace ed efficiente, senza la quale, pur mantenendo il “diritto” ad averla, non avremo più acqua!


(Aventino, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

Forse la questione chiave non è tanto la gestione pubblica o privata dell’acqua, ma come garantirne una gestione sostenibile nel tempo. Tra le proposte: una revisione del sistema tariffario, pensato non solo per “ripagare” il servizio ma anche per spingere gli utenti verso soluzioni più efficaci ed efficienti; un meccanismo decisionale che permetta una maggior trasparenza e partecipazione nelle scelte; una diversa idea dell’acqua nella pianificazione urbanistica e nella progettazione edilizia.

Documento integrale

Il testo è stato estratto dal libro “Nuovole e sciacquoni” di Giulio Conte, scaricabile qui

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(Novafeltria, dalla collezione fotosferica Mappatevere360 )

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